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Zanardi, oltre il limite: l’uomo che ha riscritto la vittoria

sabato 2 maggio 2026 Valentina Ruzza

Non tutti gli atleti lasciano un segno. Alcuni, rarissimi, cambiano il senso stesso della parola vittoria. Alex Zanardi è uno di loro: non solo un pilota, non solo un campione paralimpico, ma un uomo che ha trasformato la resilienza da parola abusata a verità vissuta.

La sua non è una carriera. È una traiettoria umana che attraversa la velocità, la caduta e la rinascita senza mai perdere direzione.

Nato a Bologna nel 1966, Zanardi cresce in una terra dove i motori non sono solo passione, ma identità. Il kart arriva quasi in ritardo rispetto ai tempi del motorsport moderno, ma diventa immediatamente linguaggio naturale. Da lì, una progressione costruita con ostinazione: Formula 3, Formula 3000, fino all’approdo in Formula 1. Un traguardo importante, ma non definitivo.

È negli Stati Uniti che trova la sua dimensione più autentica. Nel campionato CART diventa protagonista assoluto: due titoli consecutivi, nel 1997 e nel 1998, uno stile di guida aggressivo e spettacolare, una capacità rara di leggere la gara e dominarne il ritmo. Zanardi non corre soltanto: interpreta.

Il ritorno in Formula 1 non restituisce gli stessi risultati, ma non incide sulla sostanza. Perché il suo valore non è mai stato misurabile solo in numeri.

Poi arriva il 2001. Lausitzring. Un incidente devastante, uno spartiacque che divide la vita in un prima e un dopo. La perdita di entrambe le gambe è un punto di non ritorno. Per molti.

Per lui, no.

Quella che segue non è una fase di adattamento, ma una rifondazione totale. L’handbike diventa il nuovo terreno di competizione. E ancora una volta, Zanardi non si limita a esserci: domina. Mondiali, Coppe del Mondo, fino all’apice paralimpico. Londra 2012 e Rio 2016 lo consacrano tra i più grandi atleti della storia, non solo paralimpica.

Ma ridurre Zanardi al suo palmarès sarebbe un errore.

La sua grandezza è altrove: nella capacità di attraversare il dolore senza retorica, nella lucidità con cui ha raccontato la propria trasformazione, nel modo in cui ha reso universale una storia profondamente personale. Zanardi non ha mai cercato di essere un esempio. Lo è diventato.

E poi, ancora una volta, il buio.

Il 19 giugno 2020, durante una staffetta benefica in handbike, lungo le strade vicino a Pienza, perde il controllo del mezzo e si scontra con un camion. L’impatto è violentissimo. Trasportato d’urgenza al Policlinico Le Scotte di Siena, viene sottoposto a interventi complessi, ricoverato in terapia intensiva, con prognosi riservata.

Inizia un nuovo, lunghissimo combattimento.

Le condizioni appaiono da subito critiche. Gli interventi si susseguono. I trasferimenti tra strutture specializzate – Siena, Milano, Lecco, Padova – raccontano un equilibrio fragile, sempre in bilico. A gennaio 2021 riacquista coscienza. A fine anno torna a casa, accanto alla moglie Daniela e al figlio Niccolò.

Da quel momento, il silenzio.

Un silenzio mediatico che non è assenza, ma rispetto. Una distanza dai riflettori che restituisce la dimensione più autentica della sua esistenza: quella di un uomo che continua a lottare, senza bisogno di raccontarlo.

Perché Zanardi non ha mai avuto bisogno di dimostrare nulla.

La sua vita è stata una sequenza di tempeste affrontate con lucidità, ironia e una forza che non ha mai cercato applausi. Fino alla fine.

E allora il punto non è cosa abbia vinto.

Ma cosa abbia lasciato.

Non una carriera.

Una direzione.

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