Sport

Zanardi non si ferma: l’ultimo saluto diventa lezione di vita

mercoledì 6 maggio 2026 Valentina Ruzza

Padova, 5 maggio 2026 — Non è stato il silenzio a dominare l’ultimo saluto ad Alex Zanardi, ma un suono pieno, umano, collettivo: quello degli applausi. Lunghi, insistiti, quasi ostinati. Come a voler trattenere ancora un istante ciò che, per sua natura, sfugge.

Fuori dalla Basilica di Santa Giustina, in Prato della Valle, la pioggia ha disegnato una scena cromaticamente viva — il rosso e il verde degli ombrelli, il grigio compatto del cielo — mentre centinaia di persone hanno scelto di esserci comunque. Non per assistere, ma per partecipare. Il dolore, qui, non è stato spettacolo: è diventato presenza.

Il Veneto, terra che Zanardi aveva eletto a casa, ha proclamato il lutto regionale. Bologna e Castel Maggiore, radici profonde della sua identità, quello cittadino. Un doppio abbraccio istituzionale che ha restituito la misura di una figura capace di oltrepassare lo sport per entrare nel patrimonio emotivo collettivo. Zanardi è morto il 1° maggio, a 59 anni. Ma ciò che si è celebrato oggi non è stata una fine: è stata una traiettoria.

Alle 11 in punto, il feretro ha fatto il suo ingresso. A precederlo, in una scelta carica di significato, l’handbike: non un simbolo, ma un’estensione concreta della sua seconda vita. Quella con cui aveva riscritto il concetto stesso di limite, conquistando sei medaglie paralimpiche, a partire da Londra 2012. In chiesa, la bici è rimasta accanto alla bara, come una presenza discreta e inevitabile.

La bara, chiara, essenziale, coperta da rose bianche. Ad accoglierla, sul sagrato, la moglie Daniela Manni, il figlio Niccolò, la madre Anna. Accanto a loro don Marco Pozza, cappellano del carcere Due Palazzi e amico personale di Zanardi, chiamato a guidare una cerimonia che ha evitato ogni retorica, scegliendo invece la densità delle parole vere.

All’interno della basilica, ancora applausi. Non rituali, ma spontanei. Una risposta quasi istintiva a una vita che non si è mai raccontata attraverso la resa.

A rendere omaggio a Zanardi, un mosaico trasversale di presenze: Giancarlo Minardi e Stefano Domenicali per la Formula 1, Jorg Kottenmeyer per BMW Motorsport, il presidente del Comitato Italiano Paralimpico Marco Giunio De Sanctis, Giusy Versace, Giovanni Malagò. E ancora Bebe Vio, visibilmente commossa, insieme ai ragazzi di Obiettivo3 — il progetto fondato da Zanardi per avvicinare allo sport persone con disabilità, oggi guidato dal figlio Niccolò.

Tra le istituzioni, i sindaci Matteo Lepore e Luca Vignoli, l’ex governatore Luca Zaia e l’attuale presidente del Veneto Alberto Stefani. Volti diversi, ruoli differenti, un unico denominatore: la consapevolezza di trovarsi davanti a qualcosa che supera la cronaca.

Durante la celebrazione, don Pozza ha restituito la dimensione più autentica di Zanardi. Ha letto la lettera che Papa Francesco gli inviò dopo il secondo grave incidente del 2020: parole che parlavano di ripartenza, di dignità, di una disabilità trasformata in lezione di umanità. Non un elogio, ma un riconoscimento.

Poi il racconto si è fatto più intimo. “Ha corso tantissimo. Andava a 300 all’ora… ma sapeva estrarre il bene dal male”. In questa frase si condensa forse l’essenza più precisa di Zanardi: non la velocità, ma la direzione.

Il sacerdote ha ripercorso le origini, volutamente semplici, che lo stesso Alex rivendicava: figlio di un idraulico e di una madre che cuciva asole la sera per integrare il reddito. Un’identità mai rinnegata, mai edulcorata.

E poi l’immagine finale, quasi cinematografica: “Mi sono immaginato Dio che incontra Alex… e gli dice: però, sei Zanardi da Castel Maggiore. Ciao Alex”. Un congedo che non cerca effetti, ma lascia sedimentare.

Nel passaggio conclusivo, don Pozza ha ricordato la “regola dei cinque secondi”, quella pausa minima ma decisiva prima di agire, che Zanardi aveva trasformato in filosofia quotidiana. Un invito alla consapevolezza, alla responsabilità delle scelte, anche nelle azioni più piccole.

E proprio lì, nelle piccole cose, si è chiusa la narrazione più potente della giornata. Nelle parole del figlio Niccolò, che ha restituito un ritratto domestico, lontano dalle medaglie: “L’Alex che si fa il caffè, che il sabato sera impasta la pizza. Sempre col sorriso”. Non un’icona, ma un uomo.

Fuori, sotto la pioggia, nessuno si è mosso davvero fino all’ultimo. Come se quel tempo sospeso fosse necessario per comprendere che certe vite non finiscono: cambiano forma.

E forse è proprio questa la vera eredità di Alex Zanardi. Non la vittoria, ma la ridefinizione stessa del suo significato.

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