Economia e Ambiente

Quasi 1000 artigiani vicentini invisibili: la legge del 1985 frena la crescita.

giovedì 16 aprile 2026 Martino Montagna

Nel dibattito sulla competitività delle imprese italiane riemerge il caso dell’artigianato, un comparto che non sta scomparendo, ma che rischia di essere “declassato” da una normativa considerata ormai superata. È la denuncia arrivata da CNA Veneto Ovest, che chiede una riforma immediata della legge quadro del 1985, definita una “camicia di forza” non più coerente con l’evoluzione del sistema produttivo.

L’occasione è stata la presentazione di un’indagine dello studio Centro Studi LAN, che ribalta la narrativa di un settore in declino. In provincia di Vicenza, infatti, negli ultimi cinque anni circa 890 imprese formalmente “fuoriuscite” dall’albo artigiano risultano ancora attive e operative. Il fenomeno non è legato a chiusure o fallimenti, ma alla perdita dei requisiti previsti dalla normativa, soprattutto per dimensione aziendale e forma giuridica.

Secondo i dati, mentre l’albo artigiani registra un calo del -6,5% dal 2008 (circa 1.500 imprese in meno), il numero complessivo delle imprese nella stessa area è cresciuto del +5,9%. Un apparente paradosso che, secondo CNA, dimostra come molte realtà non stiano scomparendo, ma evolvendo verso modelli societari più strutturati, spesso società di capitali.

Il nodo principale riguarda proprio i vincoli della legge del 1985: limiti rigidi sul numero di dipendenti, restrizioni all’ingresso di soci di capitale e criteri che non riflettono più le dinamiche produttive attuali. Una situazione che, secondo il presidente di CNA Veneto Ovest Diego Stimoli, penalizza le imprese più dinamiche: molte aziende, crescendo, perdono lo status artigiano e con esso anche agevolazioni e strumenti di supporto fondamentali.

Sul tema è intervenuto anche il direttore scientifico del Centro Studi LAN Luca Romano, secondo cui basterebbero poche modifiche normative per riportare circa 890 imprese vicentine nell’albo. Il dato più significativo riguarda la struttura: il 76% di queste aziende ha meno di 10 dipendenti, segno che non si tratta di grandi imprese industriali, ma di realtà artigiane evolute.

La proposta di riforma sostenuta da CNA si basa su tre punti chiave: innalzamento della soglia dimensionale, possibilità di commercializzazione diretta dei prodotti e apertura ai soci di solo capitale. Una modifica che consentirebbe alle imprese di crescere senza perdere la qualifica artigiana, favorendo innovazione, accesso al credito e tutela patrimoniale.

Secondo il responsabile affari istituzionali di CNA nazionale Marco Capozi, la riforma è già incardinata in una delega al Governo e ora si apre una finestra decisiva di nove mesi per trasformarla in decreti attuativi.

Dal fronte istituzionale, l’assessore regionale Massimo Bitonci riconosce l’evoluzione in atto: molte imprese stanno migrando verso le società di capitali per esigenze di crescita, responsabilità e accesso al credito. Una trasformazione che, secondo Bitonci, va accompagnata senza rigidità ideologiche, trovando un equilibrio tra mondo artigiano e industria.

Resta aperto anche il tema del confine tra artigianato e industria, sempre più sfumato. Ma proprio i dati, sottolineano gli analisti, indicano che la maggior parte delle imprese coinvolte resta di piccola dimensione e non cambia natura produttiva, ma solo assetto giuridico.

Una trasformazione silenziosa che mette in discussione la definizione stessa di “artigiano” e che, secondo CNA, richiede una scelta politica chiara: aggiornare le regole per non bloccare la crescita di un settore ancora centrale per l’economia dei territori.

News ID 2548

Questo sito web utilizza i cookies per migliorare l'esperienza dell'utente. L'utente è consapevole del fatto che, se naviga sul nostro sito web, implicitamente accetta l'utilizzo dei cookies.

Informativa estesa -