Nicola Filippi, quando la poesia rompe il silenzio sul disagio psichico

domenica 23 agosto 2026 Valentina Ruzza

A volte la poesia nasce dove le parole, nella vita quotidiana, fanno più fatica ad arrivare. È da questo spazio fragile e profondamente umano che prende forma Il Giardino della Speranza, la seconda raccolta poetica del vicentino Nicola Filippi, pubblicata a fine aprile da PAV Edizioni.

Quaranta poesie per raccontare dall’interno il disagio psichico, la ricerca di equilibrio, la sensibilità, la libertà e il bisogno di continuare a coltivare emozioni anche nei passaggi più complessi dell’esistenza.

Filippi convive da anni con il disturbo bipolare e con il disturbo borderline di personalità. «Questo libro rappresenta per me non solo un traguardo letterario, ma un pezzo del mio percorso terapeutico e di testimonianza», racconta.

La scrittura diventa così uno strumento per dare forma a esperienze che troppo spesso vengono lette soltanto attraverso diagnosi e stereotipi. In Parlami, l’autore mette al centro il bisogno di comunicare prima che il dolore diventi isolamento. In Quelli chiamati “pazzi”…, la poesia a cui è più legato, il tono si fa invece più civile.

«È quella che mi sta più a cuore perché mette in risalto lo stigma che noi malati psichiatrici, purtroppo, ancora nel 2026 siamo costretti a subire», spiega Filippi. «Per qualcuno siamo ancora i “pazzi” da tenere ai margini della società».

La poesia riprende proprio quell’etichetta per rovesciarla: dietro i “pazzi” restituisce persone che lottano, cercano libertà, affrontano la solitudine e si aggrappano agli affetti.

Filippi la definisce «un grido di sensibilizzazione alla malattia mentale» e la dedica «a chi combatte quotidianamente a livello psichiatrico, a chi non molla mai, ma soprattutto a chi non ce l’ha fatta a causa di un disagio psichico».

È qui che Il Giardino della Speranza supera il perimetro della raccolta poetica e diventa testimonianza. «Credo che la scrittura possa essere un ponte incredibile per fare divulgazione, mostrare cosa si prova dall’interno e far sentire meno sole le persone che affrontano sfide simili».

Il “giardino” del titolo diventa allora una metafora: qualcosa da coltivare giorno dopo giorno, senza retorica, anche quando l’equilibrio resta fragile.

La poesia non sostituisce la cura. Ma può rompere il silenzio, restituire dignità alle parole e, qualche volta, far sentire meno soli.

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