giovedì 8 ottobre 2026 Valentina Ruzza
Per anni Lionel Messi ha avuto un problema che quasi nessun altro campione ha mai avuto: essere il migliore non bastava. Non bastavano i gol. Non bastavano i Palloni d’Oro. Non bastavano le Champions League, le notti del Camp Nou, i record abbattuti uno dopo l’altro. Quando indossava la maglia dell’Argentina, il conto ripartiva sempre da zero. Perché lì il paragone non era con gli altri. Era con Maradona. E contro un mito non si gioca mai ad armi pari. Messi lo ha capito presto. Ogni sconfitta diventava un processo. Ogni finale persa un’accusa. Ogni silenzio una prova contro di lui. Troppo poco argentino, troppo europeo, troppo distante, troppo introverso. Come se per amare una maglia fosse necessario gridarlo. Lui non lo ha mai fatto. Ha continuato a giocare. Ed è lì, probabilmente, che sta tutta la sua forza. Messi non ha mai avuto bisogno di costruirsi un personaggio. Non è stato il leader che batte il pugno sul tavolo. Non è stato quello delle frasi roboanti o delle promesse pubbliche. È stato quello che chiedeva sempre il pallone. Anche dopo averlo perso. Anche dopo aver perso tutto. Il Mondiale del 2014 resta una ferita aperta nella sua carriera. La finale contro la Germania, la coppa passata davanti, lo sguardo basso. Poi le due Copa América perse, il rigore sbagliato, il peso che diventava ogni volta più grande. Nel 2016 arrivò il punto di rottura. Messi disse basta. Lasciò la Nazionale. Per qualche giorno sembrò davvero possibile che il giocatore più forte della sua generazione chiudesse il rapporto con l’Argentina senza riuscire a vincere con lei. Poi tornò. Ed è da lì che cambia tutto. Perché tornare dopo una sconfitta è facile soltanto a parole. Messi tornò senza cambiare faccia e senza cambiare carattere. Non provò a diventare Maradona. Non provò a essere ciò che gli altri pretendevano. Rimase Messi. E alla fine fu abbastanza. La svolta arrivò con la Copa América del 2021. Il Maracanã, il Brasile battuto, il primo grande trofeo con la Nazionale maggiore. Più che una vittoria, una liberazione. Per anni l’Argentina gli aveva chiesto cosa gli mancasse. Da quella notte cominciò finalmente a guardare quello che aveva. Poi il Qatar. Il Mondiale del 2022 ha cambiato definitivamente il senso della sua storia. Non perché Messi avesse bisogno di quella Coppa per essere considerato un fuoriclasse. Lo era già da tempo. Ma perché quella Coppa ha chiuso il cerchio. Ha chiuso il confronto. Ha chiuso le domande. Ha chiuso soprattutto una ferita. Quando Messi ha sollevato il trofeo a Lusail, non ha soltanto portato l’Argentina sul tetto del mondo. Si è ripreso tutto quello che gli era stato tolto negli anni. La fiducia. L’amore. Il diritto di essere considerato argentino senza doverlo dimostrare ogni volta. E forse la cosa più bella è che non lo ha fatto cambiando. Non è diventato più duro. Non è diventato più rumoroso. Non ha cercato di imitare nessuno. Ha semplicemente resistito abbastanza a lungo perché il calcio gli restituisse quello che sembrava negargli. Messi ha dominato il calcio per più di quindici anni facendo sembrare normali cose che normali non erano. Un dribbling nello stretto. Un passaggio impossibile. Una punizione all’incrocio. Un’accelerazione con il pallone incollato al piede. La sua grandezza è stata anche questa: trasformare l’eccezione in abitudine. Ma con l’Argentina la storia è stata diversa. Lì non si trattava di talento. Si trattava di sopportare. Sopportare le sconfitte. Sopportare i confronti. Sopportare un Paese che lo amava e allo stesso tempo gli chiedeva continuamente qualcosa in più. Alla fine Messi si è preso anche quello. E oggi, nel momento del saluto alla Selección, resta una certezza. Non se ne va soltanto un campione. Se ne va il giocatore che ha trasformato un rapporto difficile in una delle storie più belle del calcio moderno. Prima discusso. Poi difeso. Infine adorato. Messi non ha mai avuto bisogno di chiedere all’Argentina di amarlo. Ha aspettato. Ha perso. È tornato. Ha vinto. E alla fine si è preso tutto. Anche lei.