Cronaca

La credibilità rubata: dibatitto aperto su vittimismo e verità

lunedì 3 agosto 2026 Valentina Ruzza

Un fatto di cronaca riapre il dibattito sul rapporto tra vittimismo, opinione pubblica e ricerca della verità.

Ogni volta che una persona denuncia una minaccia, una violenza o una persecuzione, una società civile ha un primo dovere: ascoltare. Quando quella denuncia arriva all’attenzione della giustizia, ne ha un secondo, altrettanto irrinunciabile: verificare. È nell’equilibrio tra questi due principi che si misura la credibilità delle istituzioni, dell’informazione e, in fondo, della stessa democrazia.

La vicenda emersa nei giorni scorsi nel Vicentino impone proprio questo esercizio di equilibrio. Un giovane giornalista è indagato nell’ambito dell’inchiesta sulle minacce e sull’episodio incendiario che aveva denunciato nei mesi precedenti. Secondo l’ipotesi formulata dagli inquirenti, potrebbe aver contribuito personalmente alla costruzione di alcuni degli episodi attribuiti fino a quel momento a soggetti esterni. Si tratta, tuttavia, di una ricostruzione investigativa ancora sottoposta ad accertamento: sarà il procedimento giudiziario a stabilire se e in quale misura le contestazioni troveranno conferma. L’iscrizione nel registro degli indagati non equivale a una dichiarazione di colpevolezza e resta pienamente valido il principio della presunzione di innocenza.

Proprio perché il caso è ancora aperto, sarebbe scorretto trasformarlo in una sentenza anticipata o attribuire al suo protagonista caratteristiche psicologiche che nessun fatto di cronaca, da solo, consentirebbe di individuare. La vicenda può però diventare il punto di partenza per una riflessione più ampia: che cosa accade quando la condizione di vittima, invece di essere soltanto una realtà dolorosa da tutelare, rischia di diventare anche una rappresentazione pubblica capace di produrre attenzione, solidarietà e consenso?

Viviamo in un tempo nel quale la visibilità è diventata una forma di capitale. Le narrazioni personali viaggiano più velocemente delle verifiche, le emozioni precedono spesso gli accertamenti e l’opinione pubblica è chiamata a schierarsi quando i fatti sono ancora frammentari. Chi racconta di essere perseguitato suscita comprensibilmente empatia. Chi denuncia minacce riceve sostegno. Chi appare esposto a un pericolo mobilita istituzioni, mezzi di informazione e cittadini.

È giusto che sia così. Per troppo tempo molte vittime autentiche sono rimaste sole, ignorate o costrette a dimostrare persino il proprio dolore. La maggiore capacità di ascolto conquistata negli ultimi anni rappresenta un progresso civile che deve essere difeso, non ridimensionato.

Ma proprio perché la fiducia è preziosa, non può essere separata dalla verifica.

Alcune ricerche nell’ambito della psicologia e delle scienze comportamentali hanno analizzato situazioni nelle quali l’autorappresentazione come vittima può assumere una funzione identitaria o comunicativa. Sono dinamiche complesse, che non corrispondono a un unico profilo e non possono essere applicate automaticamente a persone coinvolte in vicende giudiziarie. Non autorizzano diagnosi a distanza, né permettono di dedurre motivazioni individuali da una notizia.

Consentono, semmai, di osservare un meccanismo generale: in alcuni casi il conflitto può diventare il centro del racconto di sé, ogni critica può essere vissuta come un’aggressione e ogni dissenso trasformato nella conferma di un’ostilità più ampia. La posizione della vittima può allora offrire una forma di legittimazione, rendendo difficile distinguere tra il bisogno autentico di protezione e l’eventuale ricerca di riconoscimento.

È qui che il diritto interviene con la sua regola più sobria e, allo stesso tempo, più necessaria: ascoltare le dichiarazioni, raccogliere gli elementi e cercare riscontri.

Verificare non significa screditare chi denuncia. Significa prendere la sua parola abbastanza sul serio da sottoporla a un accertamento rigoroso. È questo passaggio a proteggere sia chi ha realmente subito un reato sia chi potrebbe essere ingiustamente accusato.

La grande maggioranza delle persone che denuncia violenze, minacce o persecuzioni riferisce fatti autentici e merita rispetto, protezione e giustizia. Sarebbe irresponsabile permettere che singoli episodi eventualmente infondati alimentassero una diffidenza generalizzata verso tutte le vittime.

Eppure è proprio questo uno dei rischi più gravi.

Quando una denuncia si rivela falsa, dopo un accertamento definitivo, il danno non si esaurisce nella vicenda personale di chi l’ha formulata. Vengono impiegate risorse investigative, coinvolte persone estranee, mobilitate istituzioni e orientata l’opinione pubblica. Ma soprattutto viene eroso quel patrimonio di fiducia sul quale si fonda la possibilità, per una vittima autentica, di essere ascoltata senza pregiudizi.

Ogni falsa narrazione rischia di lasciare un’ombra sulla testimonianza successiva. Ogni accusa inventata offre un argomento a chi è già incline a dubitare. E così chi ha realmente subito una violenza può essere costretto a pagare due volte: prima per ciò che ha vissuto, poi per il sospetto prodotto dalle menzogne altrui.

È questa la credibilità rubata evocata dal titolo. Non quella dell’opinione pubblica ingannata per qualche giorno, ma quella sottratta a chi, un giorno, potrebbe avere davvero bisogno di essere creduto.

La cronaca deve raccontare ciò che emerge senza trasformare un’ipotesi investigativa in una verità processuale. La magistratura deve accertare i fatti senza subire la pressione delle narrazioni. Il giornalismo, infine, deve conservare la capacità più difficile: tenere insieme l’attenzione per chi denuncia e il rispetto per chi è ancora soltanto indagato.

Ascoltare è un dovere. Verificare è una responsabilità.

Una società giusta non sceglie tra le due cose. Le difende entrambe.

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