mercoledì 1 aprile 2026
C’è stato un tempo in cui l’Italia calcistica dettava legge. Non solo per i risultati, ma per autorevolezza, profondità di talento, capacità di rigenerarsi. Era un sistema rispettato, temuto, studiato. Oggi, invece, siamo diventati spettatori. E non per caso.
La narrazione più comoda è quella della “mancanza di materia prima”. Ma è una mezza verità, e quindi una bugia intera. Il talento esiste ancora, solo che spesso non arriva. Non emerge. Non viene messo nelle condizioni di farlo. Perché senza il procuratore giusto, senza il cognome pesante, senza le giuste “sponde”, il percorso si interrompe prima ancora di iniziare. E questo, più che un problema tecnico, è un fallimento sistemico.
La storia dovrebbe insegnare. Dopo l’onta del 1958, il calcio italiano reagì con decisioni drastiche: epurazioni, riforme, scelte anche impopolari. Si pagò un prezzo, certo. Ma si ricostruì. E i risultati arrivarono: l’Europeo del ’68, la finale mondiale del ’70 contro il Brasile più iconico di sempre. C’era un’idea, una direzione, una responsabilità.
Oggi, dopo tre Mondiali mancati — un dato che basterebbe da solo a far tremare qualsiasi struttura — non è cambiato nulla. Nessuna vera rivoluzione, nessuna assunzione di colpa, nessuna visione. Solo immobilismo.
Roberto Baggio, quindici anni fa, aveva provato a indicare una strada: formazione, meritocrazia, sviluppo dei vivai. È stato isolato. Ignorato. E oggi ne paghiamo il prezzo.
Il punto è che il campo non mente. Non guarda i cognomi, non ascolta le dinamiche di potere, non premia le poltrone. Restituisce solo ciò che sei. E oggi l’Italia del calcio è un sistema che ha smesso di meritare.
Si può continuare a raccontarsi storie, oppure guardare in faccia la realtà: finché resteranno gli stessi meccanismi, le stesse logiche, le stesse persone aggrappate al proprio ruolo, non cambierà nulla.
E allora sì, abituiamoci pure. A guardare gli altri giocare. A ricordare quello che eravamo. E a capire, forse troppo tardi, dove abbiamo deciso di smettere di essere grandi.
A Cura di Valentina Ruzza