sabato 19 settembre 2026 Valentina Ruzza
Dalla letteratura al cinema, dalla produzione indipendente alle storie di legalità e impegno civile. Debora Scalzo racconta il mestiere di trasformare la realtà in narrazione senza perdere di vista le persone: «Non voglio dare lezioni. Se uno spettatore esce dalla sala con una domanda dentro, il cinema ha fatto il suo lavoro».
Per Debora Scalzo raccontare una storia non significa semplicemente trasformare un’idea in immagini. Significa decidere dove posare lo sguardo. Stabilire cosa mostrare e, soprattutto, cosa cercare dietro ciò che appare. È forse questa la chiave più utile per entrare nel suo lavoro: prima dei temi, prima dei ruoli, persino prima del cinema, vengono le persone.
Scrittrice, sceneggiatrice, regista e produttrice, astigiana di nascita, di origine siciliana e milanese d’adozione, Scalzo ha attraversato negli anni linguaggi e territori diversi senza mai considerare davvero separate le proprie identità artistiche. La scrittura rimane il luogo nel quale tutto comincia; la regia quello nel quale le parole acquistano corpo, voce, silenzi; la produzione, infine, è il terreno meno visibile e forse più esigente, dove un’intuizione deve misurarsi con la possibilità concreta di diventare un’opera.
«È difficile scegliere una sola identità, perché per me sono tutte parti della stessa persona. La scrittura è probabilmente il punto di partenza: è lì che nascono le storie, i personaggi, le emozioni. La regia è il momento in cui quelle parole diventano immagini, mentre la produzione è la responsabilità di fare in modo che quel progetto possa realmente esistere».
Oggi è soprattutto nella regia che si riconosce. «È attraverso la macchina da presa che riesco a esprimere maggiormente il mio sguardo». Ma nella sua risposta c’è già una parola che tornerà più volte durante la conversazione: responsabilità.
Perché produrre significa difendere un’idea, reperire risorse, scegliere una squadra, affrontare tempi, equilibri e limiti senza smarrire ciò che aveva reso necessaria quella storia in origine. «Devi fare in modo che il progetto possa esistere senza perderne l’anima. Ed è proprio questo, forse, che continua maggiormente a mettermi alla prova».
Il bisogno di raccontare, per Scalzo, viene da lontano. Prima ancora del cinema c’è la pagina scritta e quella particolare forma di solitudine che accompagna chi costruisce un personaggio senza sapere ancora quale volto avrà.
Tra i suoi libri ci sono Io Resto Così e Fuoco Freddo, pubblicati da Kimerik; il primo, dedicato alla memoria delle vittime in servizio della Polizia di Stato, riceve nel 2016 il Premio Eccellenza del Cuore. Negli anni arriveranno altri progetti editoriali e cinematografici, mentre il rapporto tra narrazione e temi sociali diventerà progressivamente una delle coordinate riconoscibili del suo percorso.
A un certo punto, però, scrivere non basta più.
«Ho capito che non mi bastava farlo per me stessa. Avevo bisogno di raccontare storie che potessero arrivare agli altri».
Per seguirle lascia una strada professionale più tradizionale e sceglie il cinema. Non la racconta come un gesto eroico, piuttosto come una decisione inevitabile maturata nel tempo. «Alcune vocazioni, quando sono autentiche, prima o poi chiedono di essere ascoltate».
Il passaggio dalla letteratura al set comporta però una perdita necessaria: quella del controllo assoluto.
Sulla pagina l’autore dispone di ogni dettaglio. Sul set una storia comincia ad appartenere anche agli altri.
«Quando scrivi hai un rapporto quasi intimo con la storia: sei tu e la pagina. Nel cinema entrano gli attori, il direttore della fotografia, lo scenografo, i costumisti, i tecnici, il montaggio, la musica».
La regia diventa allora un esercizio di fedeltà e contaminazione: proteggere l’emozione da cui tutto è partito e contemporaneamente permettere alle competenze degli altri di trasformarla.
Scalzo usa un’immagine semplice e precisa: «Una sceneggiatura non è ancora un film: è una casa che deve essere costruita».
E una casa, se vuole essere abitata, ha bisogno di persone.
È probabilmente per questo che, pur scegliendo spesso argomenti di forte impatto sociale, Scalzo insiste nel sottrarre il proprio cinema alla tentazione del manifesto. Legalità, violenza, memoria, istituzioni possono diventare parole enormi. E le parole enormi, quando sovrastano chi dovrebbe abitarle, rischiano di produrre un cinema programmatico prima ancora che narrativo.
Lei rivendica il percorso inverso.
«Per me la risposta è raccontare prima di tutto le persone. Non voglio fare lezioni attraverso il cinema. Voglio raccontare una storia, creare emozione e permettere allo spettatore di entrare nella vicenda».
L’obiettivo non è convincere. È lasciare una traccia.
«Se alla fine del film quella persona esce dalla sala con una domanda dentro, allora il cinema ha fatto il suo lavoro. Il messaggio deve essere presente, ma non deve schiacciare la storia».
Anche la costruzione dei personaggi nasce da questo equilibrio tra esperienza e osservazione. Di autobiografico non deve esserci necessariamente un volto, una vicenda o un fatto riconoscibile. Basta qualcosa di più piccolo e più universale: «Un’emozione, una ferita, una paura, una speranza».
Poi c’è il mondo fuori.
Scalzo dice di osservare molto. I comportamenti, i silenzi, le contraddizioni, soprattutto ciò che accade quando una persona viene spinta in una zona in cui non può più evitare di scegliere.
«Mi interessano gli esseri umani quando vengono messi davanti a una scelta difficile. È lì, secondo me, che nasce il vero cinema».
È nello stesso spazio, quello che separa un ruolo dalla persona che lo ricopre, che si colloca il rapporto costruito negli anni con le Forze dell’Ordine e con le istituzioni. Un terreno delicato, perché esposto tanto alla retorica quanto alla semplificazione.
Scalzo lo affronta cercando ciò che definisce «oltre la divisa».
«Nel tempo ho avuto la possibilità di incontrare tanti uomini e donne delle istituzioni e di ascoltare testimonianze che mi hanno fatto comprendere quanto spesso dietro un ruolo pubblico ci siano sacrifici, paure, famiglie e una vita privata che il pubblico non vede».
È quella zona invisibile a interessarla: l’uomo prima della funzione, la donna prima del simbolo.
«Non soltanto il ruolo, ma l’essere umano che lo interpreta ogni giorno».
Qui il cinema incontra inevitabilmente un’altra questione: il confine tra libertà narrativa e responsabilità verso la realtà.
Quando ci sono di mezzo vicende realmente accadute, vittime o persone che hanno pagato un prezzo altissimo per le proprie scelte, la documentazione smette di essere un semplice strumento preparatorio.
«Non puoi permetterti superficialità».
La ricerca, nel suo metodo, diventa parte della scrittura stessa. Documenti, luoghi, testimonianze, contesto. E soprattutto la disponibilità ad abbandonare un’idea quando i fatti obbligano a guardarla diversamente.
«Devi essere disposto a cambiare idea quando la ricerca ti porta verso una verità diversa da quella che immaginavi. La fantasia può costruire una storia, ma la ricerca le dà credibilità».
È dentro questa traiettoria che si colloca anche Paolo Vive, il lavoro dedicato a Paolo Borsellino, una delle opere alle quali Scalzo dice di sentirsi maggiormente legata.
Affrontare Borsellino significa confrontarsi con una figura sedimentata nella memoria collettiva italiana, ma anche con il rischio di trasformare la memoria in icona e l’icona in qualcosa di distante.
Per lei, invece, il punto rimane riportarla alla dimensione umana.
«Raccontare Paolo Borsellino significa confrontarsi con una figura che appartiene alla storia del nostro Paese e con un tema, quello della legalità, che sento profondamente. Quel progetto mi ha permesso di unire cinema, memoria e impegno civile. E soprattutto mi ha ricordato perché ho scelto di raccontare storie».
Nel suo percorso la necessità di proteggere alcuni progetti l’ha portata anche verso la produzione. Non come rivendicazione solitaria di autosufficienza, ma come ricerca di uno spazio nel quale poter costruire una visione.
Con Desca Production ha scelto di occuparsi direttamente dello sviluppo di progetti cinematografici e delle relazioni produttive e distributive, assumendosi così anche quella parte del lavoro che raramente viene associata all’immagine romantica del regista.
È qui, forse più che altrove, che l’idea di libertà mostra il suo rovescio.
«Quando il progetto è tuo, non puoi nasconderti dietro qualcun altro. Se qualcosa non funziona, la responsabilità è anche tua».
Ma controllo, avverte, non significa autarchia creativa.
Anzi, uno dei segni della maturità professionale è esattamente l’opposto: scegliere collaboratori in grado di contraddire.
«Una squadra forte non è quella che ti dà sempre ragione, ma quella che ti aiuta a rendere migliore il progetto».
È un’affermazione che restituisce bene la distanza tra l’idea del cinema e il mestiere del cinema. Perché il set vive di intuizione, ma anche di budget, pianificazione, distribuzione, sostenibilità. E il cinema indipendente italiano si muove quotidianamente dentro questa tensione.
«Non basta avere una bella storia. Devi costruire un progetto credibile, una squadra, un piano produttivo e una strategia distributiva».
La pazienza diventa così una competenza professionale. «Alcuni film hanno bisogno di tempo per trovare la propria strada».
Non c’è, nelle sue parole, nostalgia per un cinema sottratto alle logiche industriali. Semmai la consapevolezza che ignorarle sarebbe un errore.
«Il cinema è arte, ma è anche industria. Negarlo sarebbe ingenuo».
La questione, dunque, non è rifiutare il compromesso, ma comprenderne il limite.
«Un conto è modificare qualcosa per esigenze concrete; un altro è cambiare l’anima del progetto».
Lo stesso pragmatismo emerge quando il discorso si sposta sulla presenza femminile nei ruoli creativi e decisionali. Scalzo registra il cambiamento, ma evita di celebrarlo come un processo concluso.
«Oggi c’è una maggiore presenza femminile, ma penso che ci sia ancora strada da fare».
Ha sperimentato contesti nei quali, racconta, una donna chiamata a decidere deve ancora dimostrare più di quanto dovrebbe. La risposta che ha scelto passa attraverso il lavoro: preparazione, continuità, risultati.
«Non credo che una regista debba chiedere di essere considerata diversa: deve poter essere valutata per ciò che sa fare».
Negli anni, il suo percorso ha incrociato anche editoria, moda, management e progetti culturali, dall’esperienza con la Dstyle for Debora Scalzo Collection alla cura della rubrica Made in Italy per My New York Magazine. Esperienze che potrebbero sembrare laterali rispetto al cinema ma che, viste nel loro insieme, raccontano una certa insofferenza verso i confini troppo rigidi tra linguaggi creativi.
La sua traiettoria rimane però ancorata alla narrazione.
E nel cinema, quando sceglie un interprete, torna ancora una volta alla stessa parola utilizzata per descrivere i personaggi: verità.
«La tecnica è fondamentale, la disciplina è indispensabile, ma quello che mi interessa maggiormente è la verità. Quando guardo un attore voglio sentire che quello che sta vivendo davanti alla macchina da presa è autentico».
Non cerca soltanto chi sappia difendere bene un ruolo. Cerca chi sappia sacrificare qualcosa del proprio protagonismo alla storia.
È forse una delle idee che meglio sintetizzano il suo modo di intendere questo mestiere: essere al servizio del racconto.
Anche quando si parla di cinema civile.
Soprattutto allora.
Scalzo non attribuisce a un film la presunzione di cambiare il mondo. Gli assegna un compito apparentemente più piccolo e, proprio per questo, forse più concreto: cambiare per qualche ora il punto dal quale qualcuno guarda quel mondo.
«Un film non può risolvere da solo un problema sociale, ma può accendere una conversazione, portare una persona a informarsi, far conoscere una storia che prima non conosceva».
Non servono necessariamente risposte.
«A volte è sufficiente avere il coraggio di porre le domande giuste».
E quando le si chiede quale sia stata, fin qui, la decisione più coraggiosa della sua carriera, la risposta non riguarda un film, un premio o un set. Torna invece al momento nel quale ha lasciato una strada più sicura per scegliere la scrittura e il cinema.
Con il tempo, dice, avrebbe soltanto imparato prima una cosa: proteggersi.
«Proteggere maggiormente il mio tempo, le mie energie e le mie idee. Nel mondo del cinema devi capire che non tutto merita la tua energia e che scegliere è importante quanto lavorare».
Forse crescere professionalmente significa anche questo: comprendere che non ogni possibilità è un’occasione e non ogni battaglia merita di essere combattuta.
Resta, infine, ciò che ancora non esiste.
La storia che vorrebbe raccontare parla di una donna attraversata da una frattura profonda e costretta a ricostruire se stessa. Non la rinascita levigata che spesso il cinema restituisce per necessità narrativa, ma quella scomoda, intermittente, imperfetta della vita reale.
«Fatta di cadute, paura, solitudine, coraggio e della capacità di ricominciare».
Dopo avere parlato di legalità, divise, produzione, industria, memoria e responsabilità, è significativo che il discorso arrivi proprio lì. A una persona che cade. E alla possibilità di rialzarsi. Perché forse il filo più autentico del cinema di Debora Scalzo non sta nei grandi temi che sceglie di attraversare, ma nel punto esatto in cui quei temi smettono di essere concetti e acquistano un volto.
È quello il territorio che sembra interessarle davvero: l’essere umano quando qualcosa si rompe, quando una scelta non può più essere rimandata, quando ricominciare diventa più difficile che restare fermi.
«Alla fine credo che sia questo il cinema che voglio continuare a fare: raccontare persone che, nonostante tutto, scelgono di rialzarsi».