lunedì 7 settembre 2026 Valentina Ruzza
A Breganze tantissime persone per la festa della comunità nata nel 1981. Il dottor Giovanni Carollo, psichiatra: «Siamo artigiani delle relazioni». Rugby, musica e liuteria diventano strumenti di cura e di una possibile ripartenza.
BREGANZE (Vicenza) — C’era tanta gente, sabato pomeriggio, a Ca’ delle Ore. Famiglie, volontari, operatori, amici della comunità, persone che l’hanno conosciuta negli anni e altre arrivate semplicemente per esserci. Una presenza numerosa e partecipe, capace di raccontare forse meglio di qualsiasi discorso il legame costruito in quarantacinque anni con il territorio.
Perché Ca’ delle Ore non è soltanto una comunità terapeutica. È un luogo nel quale, da quasi mezzo secolo, si accompagna chi prova ad affrontare uno dei passaggi più difficili: ricominciare.
La festa del 5 settembre, significativamente intitolata «Insieme costruiamo futuro», ha celebrato i 45 anni di una realtà impegnata nei percorsi di uscita dalla dipendenza da sostanze, nella crescita personale e nel reinserimento sociale.
Ed è proprio la parola “futuro” a tornare con forza. Perché chi arriva in comunità spesso fatica perfino a immaginarlo.
La dipendenza restringe gli spazi, consuma relazioni, lavoro, fiducia, identità. Fino a far credere, qualche volta, di coincidere con il proprio errore o con la parte più fragile della propria storia. È lì che il percorso di cura prova ad aprire un’altra possibilità.
Ca’ delle Ore nasce il 25 giugno 1981, per volontà dei Frati Minori Veneto-Friulani, con la Fraternità d’Accoglienza San Francesco. All’inizio ci sono un piccolo gruppo di frati e volontari e l’accoglienza di persone provenienti da situazioni di disagio, dal carcere alla tossicodipendenza. Nel 1984 la realtà si costituisce in Cooperativa Sociale; nel 1997 nasce il Progetto Sankalpa, termine sanscrito che significa «primo giorno».
Un nome che, ancora oggi, conserva una forza particolare. Perché ogni percorso di cambiamento, prima o poi, ha bisogno proprio di questo: un primo giorno.
Oggi la comunità può accogliere fino a 25 utenti residenziali. A seguirli è un’équipe multidisciplinare composta da psichiatra, psicoterapeuti, educatori, insegnanti e personale amministrativo. Psicoterapia individuale e di gruppo, attività psicocorporee ed espressive, percorsi educativi, occupazionali e di reinserimento sociale compongono un lavoro nel quale la persona resta al centro.
Ma la cura, qui, non si esaurisce nelle tecniche.
La materia più delicata resta la relazione.
Lo sintetizza con poche parole il dottor Giovanni Carollo, psichiatra: «Siamo artigiani delle relazioni».
Una definizione che restituisce bene il senso del lavoro. L’artigiano non lavora in serie: osserva, ascolta, rispetta i tempi. Sa che ogni materiale è diverso. E lo stesso vale per le persone, per le loro storie, per le ferite e per i modi differenti con cui ciascuno prova a rimettersi in piedi.
È da questa filosofia che nascono anche progetti che, a prima vista, sembrano lontani dalla clinica. Come il rugby.
Il progetto «I Breganti», avviato nel maggio 2025 dopo nove mesi di progettazione, porta il rugby all’interno delle attività della comunità non come semplice pratica sportiva, ma come strumento con una precisa valenza terapeutica.
Nel rugby si cade e ci si rialza. Si protegge il compagno, si accetta il contatto, si rispettano regole e ruoli. E soprattutto si impara che da soli si va poco lontano.
Il progetto coinvolge Rugby Bassano ASD e Andrew Fraser Robb, direttore tecnico della società, che guida ogni settimana gli allenamenti. Una volta al mese interviene anche il dottor Alessandro Remonato, psicologo ed ex allenatore, con un lavoro che integra l’attività sul campo e la riflessione sulle dinamiche di gruppo. Allo staff si è aggiunta Jessica Lancerin, osteopata e atleta di Touch Rugby. L’iniziativa ha ottenuto il patrocinio della Federazione Italiana Rugby e il sostegno del Comitato Regionale Veneto.
Poi c’è il nome.
Prima erano semplicemente «i ragazzi della comunità che giocano a rugby». Oggi sono I Breganti.
Il nome e il logo sono nati attraverso un percorso condiviso con i ragazzi e con il designer e docente Paolo Gasparini. Un dettaglio soltanto in apparenza: avere un nome significa appartenere a qualcosa. Significa potersi raccontare attraverso ciò che si sta diventando, non soltanto attraverso ciò che si è stati.
La stessa idea attraversa il progetto di liuteria presentato in occasione dell’anniversario.
Si parte dal legno grezzo. Bisogna carteggiare, smussare, levigare. Servono pazienza, precisione, cura. Con il maestro liutaio Fabio Dalla Costa di Breganze, i ragazzi hanno lavorato sulle componenti degli strumenti, imparando un mestiere nel quale persino il gesto di eliminare un’imperfezione può diventare metafora di un percorso personale.
Successivamente sono intervenuti i tatuatori Cristian Todesco, Lupo Horiokami, Claudia Reato e Rebecca Zombie, che hanno trasformato le chitarre in racconti visivi. Infine il maestro liutaio Andrea Ballarin di Schio ha curato il settaggio, dando agli strumenti una voce vera.
Ed è difficile non cogliere la metafora.
Quelle chitarre passano di mano in mano. Chi comincia il lavoro deve affidarlo a qualcun altro. Ognuno lascia un segno e riceve quello degli altri. Nessuno le costruisce completamente da solo.
Come accade con le persone.
Alcuni strumenti saranno messi in vendita per sostenere le attività della comunità; una chitarra e un basso sono stati invece pensati per essere donati a due artisti di fama internazionale.
Ma il loro valore più autentico resterà probabilmente altrove: nelle mani che hanno imparato nuovamente a costruire, nella fiducia necessaria a consegnare il proprio lavoro a un’altra persona, nella consapevolezza che ciò che appare incompleto può ancora trasformarsi.
La grande partecipazione alla festa ha dato a tutto questo un significato ulteriore. Perché vedere tante persone riunite intorno a Ca’ delle Ore significa vedere concretamente una comunità che, in 45 anni, ha saputo costruire una rete fatta di professionisti, volontari, cittadini, famiglie e persone passate da qui in momenti diversi della propria vita.
Ed è forse questo il senso più profondo dell’anniversario.
Non celebrare soltanto una struttura, ma le persone.
Quelle che hanno chiesto aiuto. Quelle che lo hanno offerto. Quelle che sono rimaste. Quelle che sono ripartite.
Perché una persona non coincide mai interamente con il proprio errore, con la propria fragilità o con la parte più buia della propria storia.
E qualche volta, per ricominciare davvero, serve semplicemente qualcuno disposto a restare accanto mentre si prova a farlo.